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Ci sono momenti come quello che stiamo passando in cui la mano invisibile del mercato sembra dare la mano a quella altrettanto invisibile della provvidenza. Per farci capire che non ha senso, oltre che non essere etico, che il denaro produca denaro, dimenticandosi del prodotto e concentrandosi sul prezzo, investendo in gare sulle politiche dei costi tralasciando le politiche sullo sviluppo della qualità. Come si fa a far ripartire l’economia se ci si ostina a farsi la guerra sui centesimi, perdendone in garanzia di valore?
Ogni gruppo etnico ha la propria struttura economica, che segue un modello preciso frutto della propria cultura. Il modello che sta fallendo, quello del capitalismo, ci fa capire che alla base ci sono dei presupposti che non reggono il carico.
Troppo concentrati su altri obiettivi, ci si è dimenticata l’importanza del buon senso, quello che ci fa capire che modelli di vita che non tengono conto della sostenibilità delle proprie politiche di scelta sono destinati al crollo e al fallimento. Ma invece che cadere in oscuri pessimismi, direi che semplicemente, tanto per cominciare, dovremmo renderci più consapevoli della realtà in cui ci troviamo senza lasciarsi troppo illudere dai falsi abbagli delle vane menzogne che ci raccontiamo e che ci vengono raccontate. Ripeto un concetto che ho già espresso in altre sedi: non si cambia il mondo se non si comincia prima a cambiare se stessi; il mondo in fin dei conti, siamo proprio noi. Attualmente ci chiediamo come fare per toglierci da questa imbarazzante situazione? Innanzitutto dovremmo cominciare a smettere di chiedere a qualcun altro “Cosa devo fare?”, rendendoci con questo atteggiamento meri strumenti per realizzare la volontà altrui; incominciare poi a sviluppare una propria coscienza per arrivare a chiedere a se stessi prima di tutto cosa si vuol fare, perché è partendo dalla propria personale coscienza che cominciamo a fare e a cambiare veramente qualcosa, responsabilizzandoci di conseguenza. La democrazia non è soltanto un diritto. E’ innanzitutto un dovere, un dovere civile e sociale che ci chiede di partecipare attivamente alla vita politica, ciascuno nel suo piccolo, ciascuno per i mezzi ed i tempi di cui dispone. Ma non fregandosene. Penso di non dire una cosa insensata quando affermo che è inutile e ingenuo pensare a come cambiare il mondo senza prima avere coscienza di come cambiare noi stessi. Il mondo siamo noi, ed è partendo da noi, cambiando noi stessi rendendoci più consapevoli, migliorandoci, che possiamo cominciare a pensare e a sperare che anche il mondo possa cambiare e migliorare. Nel modo più semplice partendo da quella parte di mondo che più ci appartiene. Noi stessi. E come dicono i saggi, non importa quanto tempo ci vorrà per raggiungere la meta. Intanto mettiamoci in cammino.
Erika Faresin
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CAMBIARE SE STESSI!
Mi piacciono le tue parole, Erika, e penso che, nella loro sincerità e semplicità, guardino il fondo del problema. Tuttavia vorrei porti delle domande su cui dovremmo, a mio giudizio, riflettere.
1. Il capitalismo è sbagliato perché al ciclo virtuoso merce – denaro – merce ha sostituito il ciclo denaro – merce – denaro, quindi al ciclo della produzione ha sostituito il ciclo della capitalizzazione; oppure perché ha “reificato” la società, quindi ha sostituito ai normali rapporti sociali tra persone dei rapporti sociali tra cose? La “reificazione” è il fenomeno sociale che ha dato luogo a quella che io chiamo frammentazione dell’io. Se dunque, non solo a mio giudizio, il problema non è tanto il sistema di produzione in sé, o di capitalizzazione, ma proprio la natura dei rapporti sociali, è nella nostra relazione all’altro nella sua prossimità che va puntata l’attenzione: dovremmo, per far questo, cercare di distogliere lo sguardo troppo attento al nostro interesse egoistico, per aprirci all’altro, sia esso il nostro vicino di casa, oppure uno straniero che bussa alla nostra porta. Dunque cambiare se stessi per aprirsi all’altro; così cambierebbe anche il mondo (come ha tentato di fare il messaggio del cristianesimo).
2. La politica, nel suo impegno attivo, consente di guardare a se stessi, sorta di religione laica, oppure crea una psicologia “partitica”, dove a predominare è la contrapposizione tra posizioni, la s-pregiudicata corsa alla ricerca di soluzioni che non guardano innanzitutto all’interesse collettivo, nel rispetto delle differenze, ma all’interesse di parte in vista della conquista del potere, e solo in un secondo momento, quando forse è troppo tardi, all’interesse delle società intera, quando il potere è stato conquistato, ma si dovrebbe dire quando si è nelle condizioni di amministrarlo nell’interesse di tutti una volta vinte delle elezioni? Siamo sicuri che è all’interno della politica che si trova la soluzione, mentre potrebbe essere, come io credo, che essa sia il vero problema?
3. l’invito ad una riflessione etica non nasconde forse dietro ad una parola, l’“etica”, quello che invece tutti, chi più chi meno, vorremmo che fosse l’autentico, una verità che salva ma che potrebbe sembrare contraria ad un messaggio etico, perché mina l’interesse chiuso ed egoistico del singolo irreggimentato nella sclerosi delle proprie abitudini, dei propri costumi? Del resto, come qualcuno faceva notare, noi ci aspettiamo dal nostro macellaio l’onestà ma nel suo egoistico interesse. Se dunque è in questa eccessiva attenzione a quello che noi siamo, nel nostro egoistico interesse, ripeto, che potrebbe consistere il problema, l’invito alla riflessione etica, a quale tipo di etica si riferisce?
Spero mi perdonerai, Erika, se pongo troppe domande, e forse troppo difficili. Ma non vorrei che proprio in chi dice: cambiamo prima di tutto noi stessi, poi, alla fine, mancasse la forza di attuare veramente questo tanto auspicato cambiamento. Laicamente dico: proiettiamoci nel mondo aprendoci all’altro, così cambiaremo noi stessi, nel confronto, e forse un po’ il mondo!
Luca Maffiotti.
Parole semplici
Ciao Luca,
mi fanno solo che piacere le tue domande, perché penso che il confronto sia fondamentale. Son convinta che relazionarsi con il prossimo sia il modo migliore per riuscire ad avere punti di vista diversi che ci permettono di meglio cogliere “The bigger picture” della realtà in cui viviamo. Le mie risposte sono delle semplici e sincere, proprio come dici tu, riflessioni.
1) Capitalismo e società. Partendo dal presupposto che ogni tipo di società, dalle più semplici alla più complesse si struttura attraverso delle organizzazioni socio- politico- economiche che ne rispecchiano l’identità specifica, penso che società ed economia si influenzino e condizionino reciprocamente, a tal punto da non permettere una netta distinzione tra la causa e l’effetto di questi cambiamenti. C’è da considerare però una cosa, che nel momento in cui una società attraverso i sintomi manifestati da un’economia in difficoltà, palesemente si rende conto di essersi alienata nella sua peculiarità di essere costituita da esseri umani, sia doverosa da parte sua una corretta e realistica analisi della propria struttura, per capire, attraverso il sintomo dell’economia, qual è la vera origine del suo malessere.
2) Politica. Penso che il problema non stia nella politica, che in fin dei conti è il modo concreto e reale che abbiamo per agire nel regolamentare le dinamiche di una società. Il problema è CHI fa politica, perché nel momento in cui qualcuno si trova a gestire una qualche forma di potere, spesso perde di vista gli obiettivi collettivi che dovrebbero essere alla base del proprio agire. Il desiderio di potere è la base di tutte le sconfitte dell’umanità, ma questo lo sappiamo bene. Il problema è che le persone sagge spesso non arrivano a gestire il potere perché, dicendo la verità risultano scomode. Le si riscopre solo in momenti di crisi.
3) IL fatto di partire da sé non è una promozione dell’egocentrismo, quanto piuttosto il risultato di una riflessione. Troppo spesso per non farci carico della responsabilità delle nostre scelte l’attribuiamo ad altri, per scaricare su di loro le colpe quando le cose non vanno bene. Partire da sé è invece un invito ad una maggior coscienza e responsabilizzazione a partire da quella piccola sfera di mondo che quotidianamente viviamo, cioè noi stessi.
Son d’accordissimo con te che sia necessario il confronto, ma troppe persone si dichiarano “open minded” quando invece non sono in grado di guardare dentro se stesse. Le obiezioni sulle sfumature cristiane delle mie riflessioni sono condivisibili, frutto della cultura e della tradizione in cui sono nata e vissuta, tuttavia nella mia vita e nelle mie scelte di vita risulto essere più laica che altro. Ritengo però che ci siano delle riflessioni e degli atteggiamenti che sono semplicementte rivolti all'essere umano, a prescindere dal proprio credo religioso.
Sul fatto che alle parole debbano seguire i fatti e la forza nell'attuare realmente il cambiamento condivido le tue perplessità. Troppo spesso le persone parlano tanto, si lamentano di più ma in concreto non fanno nulla. Penso che ognuno debba rispondere alla propria coscienza, e se mi permetto di fare queste considerazioni non è perchè parlo, ma perchè agisco. Ma questo è il risultato delle esperienze che ho vissuto, come succede poi a tutti.
Son contenta di questo confronto, come spero ce ne saranno altri, senza presunzione di verità ma semplicemente segnale di un desiderio di condividere pensieri e considerazioni che forse possono far riflettere qualcuno. Noi in primis, senza per questo essere egocentrici.
Un caro saluto,
Faresin Erika
DOMANDE E RISPOSTE!
Vorrei proseguire questa interessante discussione facendo delle analisi integrative delle tue, Erika; in che senso:
1. Economia. Per te l’economia è sintomo dello stato della società: suo possibile malessere. Io non sono proprio d’accordo, perché: a. ciò che è sintomo dovrebbe riguardare una realtà profonda dello stato delle cose, mentre, per me, l’economia guarda ad uno stato superficiale. Ma cosa intendiamo per economia? La realtà del mondo del lavoro? La struttura dei processi micro o macro economici? La borsa della spesa? Io penso che, sfrondando il discorso da possibili equivoci matematici, l’economia sia un insieme troppo complicato, non complesso, di fenomeni che gli impedisce di poter essere sintomo; b. ciò che è sintomo è un qualcosa di semplice. Il semplice è il corrispettivo dialettico del complesso, non del complicato; c. perché l’economia è complicata e non complessa? Perché è pura struttura, pura astrazione. Se io vado dal tabaccaio e compro un pacchetto di sigarette, scambio della moneta (astrazione) per un bene di consumo (astrazione): questa è pura economia.
2. Società. La società è una struttura che è dotata di profondità: la relazione sociale, l’agire comunicativo, direbbe qualcuno. In essa si manifesta il sintomo. Infatti essa riesce a rimandare sia a qualcosa di profondo sia a qualcosa di semplice. Se perdo il posto di lavoro e devo ricorrere alle strutture della caritas, o chi per essa, per procurarmi qualcosa da mangiare, ed è solo un esempio, primo manifesto qualcosa di profondo (la perdita degli appoggi con la società che vive di una economia del lavoro; l’incontro con una società della solidarietà (la caritas, ad esempio); il problema della sussistenza, necessaria alla vita, che normalmente diamo per scontata; l’emarginazione sociale (il problema delle relazioni sociali che si strutturano, falsamente, su base economica)); secondo manifesto qualcosa di semplice, non sono più autonomo e indipendente ma devo dipendere dagli altri. Autonomia: io sono legge a me stesso, detto le mie regole nel confronto sociale. Indipendenza: io sono libero di disporre di me stesso, non devo chiedere ad altri per attuare la possibilità di agire nel mondo.
3. Religione. Per quanto una società si richiami al laicismo, l’io è una entità che rimanda al trascendente; tale trascendente può essere sia lo spazio di un mondo umano popolato di esserci che cercano un significato all’esistenza guardando alla felicità immanente al mondo stesso (piacere?, ricchezza?, amore?, amicizia?, sapere?...); sia la sostanza di una speranza in un mondo altro, trascendente il mondo. Secondo me si parla di religione in entrambi i casi, perché entrambe le forme di trascendente rimandano a qualcosa in cui credere, a cui legarsi, attraverso cui sperare; questa è la grande crisi del mondo post-moderno.
Rimandare per queste tematiche alle opere di Weber, Habermas, Luhman, ecc, ecc…, tradirebbe il mio intento ad attuare una seria riflessione tra noi, per cercare una verità condivisa. Penso che nei discorsi che tentiamo di fare, quando riguardano queste problematiche, ci sia sempre una presunzione di verità; non fosse altro che la verità della nostra esperienza.
Un saluto cordiale!
Luca Maffiotti.
Caro Luca, rispondo solo ora
Caro Luca,
rispondo solo ora poiché i tre lavori che faccio non mi lasciano molto tempo libero, e la mole di impegni di questo periodo mi richiedono molte energie. Pertanto sarò breve, ci saranno sicuramente altre occasioni di confronto.
Parto dalla tua ultima affermazione, ovvero dal fatto che quando esprimiamo un’opinione resta di fondo che per la verità dettata dalla nostra personale esperienza che le determina si propongono in sé come una verità. L’importante è tenere sempre presente che è la nostra verità personale, influenzata e definita giustamente dalla nostra personale esperienza, ma che non è una verità assoluta. Nel tuo argomentare mi sembra di riconoscere un’impostazione di tipo filosofico.
Alle tante riflessioni che fai rispondo in maniera semplice. Penso come te che la società sia una struttura dotata di profondità per il semplice fatto che è costituita da esseri umani che per loro natura hanno una complessità insita nel loro essere. Quando parlo di economia come sintomo, è perché per sintomo intendo un modo per indicare l’esistenza di un qualcosa di più profondo che si manifesta attraverso dei segnali visibili, i sintomi appunto. Non sono d’accordo quando dici che l’economia è complicata e non complessa. Io penso invece che sia complessa, perché interagisce con molti aspetti di una società, influenzandoli e venendone a sua volta influenzata. Quando parli di religione concordo sul fatto che l’essere umano rimanda comunque ad un qualcosa di trascendente, per gli interrogativi che si pone, per la sua stessa natura. La religione non va però confusa con il termine spiritualità, nel senso che penso che la religione sia una disciplina, una pratica attraverso cui esercitiamo la nostra spiritualità, nella formazione di una coscienza che ci porta a prendere atto della nostra parte trascendentale.
Buona notte, un caro saluto Erika
Faresin Erika
QUESTIONE DI PAROLE!
Sono contento di sapere, Erika, che nonostante gli impegni pressanti della tua vita tu trovi il tempo di rispondere anche alle mie provocazioni, o riflessioni che dir si voglia. I disaccordi spesso sono solo questione di parole.
1. Verità. La questione della verità è che non si pone neppure più la possibilità che possa essere assoluta. La frammentazione dell’io alla quale mi riferisco concerne proprio il fatto che, perso il luogo di riferimento della verità (assoluta), ognuno è portatore della sua verità prospettica personale; siamo tornati alle posizioni dell’antica sofistica greca, dell’uomo misura di tutte le cose.
2. Complessità e complicatezza. Anche qui è questione di intendersi sulle parole. Complesso è ciò che è interconnesso. Complicato è ciò che presenta delle pieghe, delle scriature, se così possiamo dire, che ne rompono l’armonica organicità. L’economia è interconnessa alle altre dimensioni del vivere sociale? Sì. L’economia crea delle pieghe in base alle quali essa stessa si ripiega su se stessa creando a sua volta delle nicchie nelle quali si annidano i peggiori mali? Penso proprio di sì. Capisco che sembra strano dire che l’economia non è complessa, ma così dicendo intendo dire che la sua reale dimensione preponderante è quella di creare delle nicchie, delle pieghe, che ne manifestano la natura di struttura astratta sottodeterminata rispetto il reale vero e proprio. Tra il piano dell’economia e quello della realtà si è creato uno iato che le ha fatto perdere la dimensione di profondità; tale profondità è ravvisabile praticamente solo nell’inautentico, nel superficiale. Questo nella generalità; poi vi è anche l’economia solidale, basata su dei valori etici. Dire che l’economia è complicata è dire che ha perso il contatto con la realtà vera delle persone e con la dimensione etica di regole che salvaguardano l’equità e la giustizia; l’economia crea solo nicchie di emarginazione, disparità sociali, paradisi artificiali. Capisco che poi ognuno cerca di guadagnarsi da vivere onestamente, per farsi una posizione il più agiata possibile; si spera che lo faccia non chiuso solo nel suo egoistico interesse. Comunque ci sarebbero da dire ancora molte cose!
3. Religione. Il problema della crisi del pensiero religioso è proprio quello che tu rilevi: cioè il fatto che ha perso il contatto con l’autentica spiritualità, trasformandosi in vuoto rito. Ma è il rito della società dei consumi con le sue feste comandate, come della religione, istituzionalizzata o meno, che non guarda più prioritariamente all’amore del prossimo ma alla fuga dalla realtà, chiudendosi in un intimismo che può significare un vuoto di idee, di chiarezza, una presunzione di verità di tipo fondamentalista (vedi il revival delle sette, fenomeno piuttosto preoccupante!).
Quanto alla tua ultima parola “trascendentale”, mi inquieta l’affinità con l’espressione “meditazione trascendentale”, spesso sinonimo di psicadeliche abitudini.
Un cordiale saluto e buon lavoro.
Luca Maffiotti.
L'importanza delle parole
Concordo pienamente con te, caro Luca, sull'importanza che le parole assumono. Le parole, nella loro costiutuzione semantica, nel loro significante, significato e segno, hanno una forza che spesso sottoalutiamo o forse ignoriamo. Specie quando si usano codici di comunicazione differenti, che spesso dipendono proprio dalla propria personale esperienza.
Rispondo volentieri alle tue "provocazioni" perchè se anche si presentano sotto questa forma c'è però da parte tua la disponibilità a spiegarle, facendole diventare "riflessioni", tra l'altro aperte al confronto per un reciproco scambio di opinioni.
Un caro saluto,
Erika