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L'IDENTITA' DEL PARTITO DEMOCRATICO

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Vorrei intervenire in questa sede per riprendere in particolare un tema che mi è sembrato essere emerso nell’assemblea del 29 aprile, cioè quello dell’identità del nuovo partito democratico.
Sono consapevole che, probabilmente, il mio modo di affrontare tale tema da un punto di vista piuttosto teorico, può dare luogo ad incomprensioni o, addirittura, ad un risentito rifiuto.
Per incominciare dico che dovrebbe essere esperienza comune di ognuno di noi la sensazione di essere sottoposti, da parte dei mezzi di comunicazione di massa, televisione, radio, giornali, e da parte di alcune forme di comunicazione culturale (cinema, teatro, musica, pittura, letteratura), ad una forte spinta alienante. Vorrei invitare ciascun lettore a pensare se, anche lui, è cosciente di questa sensazione.
Dando per scontato il fenomeno della “frammentazione dell’io” nelle attuali società post-industriali occidentali, le cosiddette società di massa basate organizzativamente su una complessa rete di servizi (telecomunicazioni, informazione), e su un sempre maggiore aumento della burocratizzazione, mi sembra che sia con questo tipo di società che un partito politico, oggi, dovrebbe confrontarsi. Prendere coscienza della frammentazione alienante della società, dovrebbe essere il primo passo per trovare una necessaria identità, individuale e collettiva, sempre da raggiungersi, mai completamente raggiunta.
Dobbiamo pensare, inoltre, che un partito politico non è un’associazione di volontariato, ma dovrebbe avere come interesse specifico la “conquista del potere”. In questo senso dovrebbe essere compito di ciascuno rendersi conto che questo potere va prioritariamente amministrato, non stabilmente conquistato. La sconfitta politica va senza dubbio analizzata e discussa per trovarne le ragioni ma rientra nella normalità della lotta per il potere; infatti dovrebbe essere un compito ancora più costruttivo quello di fare una buona opposizione.
L’esigenza sentita da molti è quella del “ricambio” politico, del sentire come propriamente inaccettabile l’interesse di casta, e del percepire come un pericolo ogni lobby di potere, contraria alla logica del regime democratico.
Il partito democratico dovrebbe assumersi il grande compito di opporsi consapevolmente alla deriva sclerotica della mancanza di ricambio politico, dell’interesse di casta, delle lobby di potere, della eccessiva burocratizzazione della società italiana.
Dobbiamo chiederci, inoltre, che cosa significa amministrare il potere: difendere l’idealità di valori in cui le persone possano riconoscersi, come la giustizia sociale, la solidarietà, la equa redistribuzione del reddito, la competenza e l’efficienza degli amministratori e della macchina amministrativa, e difendere insieme l’interesse di determinate parti “economiche”, cioè lavoratori dipendenti, liberi professionisti, industriali, artigiani, commercianti?
Da questo punto di vista il partito democratico sulla base di quali valori assume la sua identità? Sulla difesa di quali interessi economici e di quali parti economiche? Come dovrebbe riuscire a distinguersi il centro sinistra (PD, Italia dei Valori) dal centro destra (Popolo delle libertà, UDC), e da partiti che pure essendo spostati fortemente a destra nel loro messaggio politico difendono l’interesse di un elettorato tendenzialmente moderato (Lega)?
In base a quanto detto chiedo ai lettori: ha ancora senso domandarsi quale identità dovrebbe assumere il PD?
Penso che sia importante, partecipando magari anche silenziosamente alle assemblee del PD, poter formarsi una coscienza critica nei confronti di una parte politica che dovrebbe avere come fine prioritario quello di presentare all’elettorato persone che si candidano ad essere amministratori onesti e competenti, che guardano al compromesso come mezzo e non come fine, al potere come occasione di confronto e non di prevaricazione.
Quanto ai problemi da affrontare, mi sembra che, con un pò di buon senso, siano sotto gli occhi di tutti. Luca Maffiotti.

Ugo Retis

Apprezzo Luca anche questo approccio "pragmatico" al tema dell'identità che il PD deve darsi; dall'Assemblea di Schio e da alcuni interventi sul blog avverto come ci siano diverse sensibilità e modi di pensare su quanto ci proponi di riflettere.
Quello che ritengo fondamentale è che queste diversità possano convivere assieme: nessuna, dico nessuna, prevarichi sull'altra annullandola ...
Porto anch'io il mio contributo al tema.
Quando si parla di "identità", in un tempo di post-comunismo, post-fascismo (anche se ancora latente in alcune forme, soprattutto giovanili, che mi preoccupano molto ...) non significa, secondo me, ricostruire una nuova "ideologia" ma bensì saperci caratterizzare come Partito, nuovo, Democratico su "temi" dentro i quali siamo ben riconoscibili e Noi punti di riferimento. QUESTO ANCORA CI MANCA COME PARTITO.
Si diceva o meglio si pensava che temi come la sicurezza fossero di Destra, la solidarietà di Sinistra ... oggi non è più così; i contorni sono sempre più sfumati, labili, non più riconoscibili, non a caso le varie operazioni politiche (AN che vuole spostare l'asse verso il centro definendosi all'interno dei "popolari europei", il PD che è meno forza di Sinistra e più di centro dopo l'uscita di alcune anime ...) comportano nell'elettorato la convinzione che oramai i due schieramenti maggiori non sono poi così lontani tra loro ... La differenza la fanno le persone e soprattutto la grande forza di COMUNICAZIONE DEL MESSAGGIO.
Allora cosa ci deve caratterizzare per assumere una "nuova identità"?
Certamente il riuscire a dare risposte concrete e fattibli ai problemi dentro la società in cui viviamo, il radicarsi dentro un territorio portando i nostri valori (siano essi cattolici-popolari che social-democratici) attraverso persone riconoscibili, serie ed oneste.
Politica significa anche grandissima passione; io fino al 2004 (amministrative per Dalla Via) ero sempre stato lontano da questo mondo, impegnato in altri mondi diversi ma paralleli; poi è scattato qualcosa! La voglia di capire, l'interesse, l'essere coinvolto a discutere temi riguardanti la collettività, l'aver trovato anche bravi Amministratori.
Ora mi trovo a vivere un ruolo in Provincia impegnativo, di responsabilità, che non avrei mai immaginato tempo fa.
Questo cosa vuol dire? Che spesso, per chi vuole impegnarsi a fondo, lo spazio c'è sempre; se le cose si conoscono e si comprendono magari poi si parlerà meno di "casta" e più di "opportunità" per chi si impegna ad assumere, senza non pochi sacrifici soprattutto famigliari, ruoli politici nel territorio.
L'essere pervasi dalla "passione" è l'augurio che faccio a ciascuno che voglia dedicare del tempo dentro il Partito Democratico, a partire da Schio.
Buon cammino a tutti!

Ugo Retis
PD Schio

LA PASSIONE: IL VERO PROBLEMA

Ti ringrazio, ti dò del tu perchè ti ho incontrato mentre eri impegnato sul campo a farti conoscere come un "tu" pronto al dialogo, per aver commentato la mia lettera. Ti ringrazio per aver detto la parola: "PASSIONE". E' questo, a mio parere, il vero problema. Infatti la passione, scusa la ripetizione, è il vero discrimine per riconoscere il vero politico che si lascia trasportare anche da parole, che rappresentano concetti, che rappresentano realtà, come "idea", "valore"; sono parole, però, che sono diventate obsolete e persino abusate. Io cerco il politico che è capace di un "progetto politico", capace di far comprendere, senza essere demagogico (o peggio subliminale), il suo progetto a quella parte di persone, non a tutti, che possono comprenderlo e approvarlo. Chiedo il coraggio di pensare "l'esclusione" di una parte, tra la massa, di persone che non sanno "dialogare". L'esclusione che non significa estromissione di qualche giornalista scomodo dalla RAI, oppure, peggio, il carcere, ma l'esclusione dalla "mia" (come politico) capacità di comprensione (come io alienato nella massa), perchè quella parte di persone non può, persino non deve, comprendere il mio messaggio, il mio progetto politico (oppure lo comprende, ma preferisce non aver compreso!). Scusa, Ugo Retis, se mi appassiono un pò, quindi divento un pò incomprensibile! Luca Maffiotti.

COMMENTO A CLAUDIO RIZZATO: PRAGMATISMO O NON PRAGMATISMO?

Riporto qui, per completezza del mio Blog, il commento che ho fatto all'intervento di Claudio Rizzato:
"Vorrei dire alcune parole di commento a questo bel testo di Claudio Rizzato; mi sembra che ne valga proprio la pena.
Mi scuserà, il signor Claudio Rizzato, se io ho una convinzione. Cioè, che il motivo, forse, della sconfitta politica della sinistra italiana alle ultime elezioni, è quello del suo scarso pragmatismo.
E’ una mia convinzione, ancora, che questa mancanza di un vero, autentico, e sano pragmatismo sia la causa di certa incomprensione del messaggio di certa politica di sinistra. Ma dice bene il Rizzato: “Tuttavia non è il pragmatismo l’unica risposta; è necessario riuscire a mobilitare tutte le energie con una riscossa culturale, un nuovo pensiero politico, una politica rinnovata.” Ma dove dice bene, dice anche male; perché!? Ho sentito con le mie orecchie D’Alema dire che già ora che il PD è appena nato, già ci sono più d’una corrente nel partito. Io reputo questo “correntismo” necessario. Nella unità di intenti, però, nell’unità di valori e progetti; in modo molto pragmatico. Ma vorrei che si riflettesse sulla molteplicità di significati della parola “pragmatismo”: “[dall’inglese pragmatism, derivato dal greco pràgma-atos ‘cosa, fatto’] 1.Termine introdotto dal filosofo statunitense Ch. S. Pierce (1839-1914) per caratterizzare la propria concezione analitica del linguaggio secondo la quale, per provare, indipendentemente dall’uso di categorie a priori, la veridicità di un’affermazione, occorre accertarne l’ambito di applicazione, verificando nella pratica la sua validità teoretica. Da tale affermazione si distaccò il filosofo statunitense W. James (1842-1910), accentuando il valore totalizzante dell’azione e conferendo quindi al pragmatismo il carattere di teoria metafisica e morale della verità. 2.Atteggiamento che tende a privilegiare i risultati concreti, le applicazioni pratiche, più che i principi o i valori ideali. Per estensione, comportamento spregiudicato che punta solo al raggiungimento dei propri fini” (voce “Pragmatismo” in Vocabolario della lingua Italiana, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma, 1991). Come sempre nell’uso delle parole noi ci rifacciamo a qualcosa che ci riguarda da vicino. Se dunque la critica al pragmatismo è quella di “spregiudicatezza”, è perché sentiamo in noi la negatività di questo atteggiamento; lo riconosciamo nella parte avversa, ma fa parte anche di noi.
Invito il signor Rizzato, come il signor Retis, il quale ha risposto al mio intervento su “L’identità del partito democratico” parlando del mio pragmatismo, a non aver paura di essere spregiudicati, pure (anche se preferirei che fossero solo onesti e sinceri), a seguire solo il loro fine, che consista però nel bene comune (come dice sempre Berlusconi, il quale ha interessi talmente grandi da riguardare inevitabilmente tutti, ma pur sempre arricchendo prevalentemente lui e i suoi), non quello di un partito! Io, che mi sono dato la pena di leggere alcuni libri di storia, ho notato che i grandi politici della storia sono tutti piuttosto “spregiudicati”. Comunque questa loro spregiudicatezza non escludeva idee, valori, progetti, una visione e un modo d’essere nuovi che pur riguardando solo da vicino pochi, coinvolgeva, alla fine, molti! Comunque ci sono anche i “santi” (come certi Democristiani che hanno chiuso gli occhi davanti a certe pecche del partito!).
Auguro buon lavoro al signor Rizzato e al signor Retis."
Luca Maffiotti.