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ETICA/POLITICA: PROBLEMI

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Con le ultime discussioni intercorse in questo blog e in alcuni incontri a cui ho partecipato ( di cui vedasi relazioni da me scritte), vorrei presentare alcune riflessioni sul problematico rapporto tra etica e politica.

Il mio punto di partenza è sempre quello di considerare la forte spinta alienante alla quale siamo un po’ tutti sottoposti dai mezzi di comunicazione di massa e da certa cultura della crisi; inoltre è sempre da tener presente il fenomeno della “frammentazione dell’io” nelle attuali società post-industriali e post-moderne, conseguente a quella spinta alienante (fenomeno della reificazione, perdita del luogo della verità assoluta), e dell’aumento preoccupante della burocratizzazione.
Il pragmatismo, caratterizzato dal problema della “spregiudicatezza”, dovrebbe riguardare un modo concreto di affrontare i problemi, nella molteplicità di beni comuni, nella molteplicità di soggetti politici, nella molteplicità di modi di espressione degli stessi beni comuni, nella molteplicità di metodi per perseguire quei beni comuni; esso dovrebbe riguardare la coscienza che il raggiungimento di una identità, personale o come realtà politica, è effetto di uno sforzo, è un compito, sempre rinnovantesi. E’ necessario dell’ottimismo da parte di chi crede che in qualche modo le cose possano cambiare. Bisogna, tuttavia, guardare in faccia la realtà. Non bisogna pretendere una coerenza assoluta da parte dei politici, perché una assoluta coerenza consentirebbe a pochissimi di vivere nel nostro tipo di società (esistono i santi?; sono proprio così coerenti i santi?).

Il problema etico, in una riflessione rinnovata sui nostri tempi, dovrebbe guardare ad un modo di ripensare il nostro modello di rapporti sociali, perché è nella nostra relazione all’altro, nella sua prossimità, che consiste la possibilità di superare il nostro interesse egoistico; il compito è cambiare se stessi per aprirsi all’altro, così cambierebbe anche il mondo (come ha tentato di fare il messaggio del cristianesimo). Qui mi riferisco alla mia discussione con Erika Faresin. La politica, in questo senso, consente questa rivoluzione di se stessi in relazione all’altro, sorta di religione laica, oppure crea una psicologia “partitica”, dove a predominare è l’ interesse per la conquista del potere, e solo in un secondo momento, quando forse è troppo tardi, all’interesse delle società intera, quando il potere è stato conquistato, ma si dovrebbe dire quando si è nelle condizioni di amministrarlo nell’interesse di tutti una volte vinte delle elezioni?

La politica di tipo rappresentativo è evidentemente in crisi per molti motivi, non ultimo quello della globalizzazione, che ha velocizzato in maniera incredibile i cambiamenti della società, a tal punto che essa riesce soltanto a cercare di correre ai ripari dei problemi di volta in volta sorti, non progettare con lungimiranza. Il perché i politici non riescano più a rendere la politica di tipo rappresentativo efficiente potrebbe dipendere da una mancanza di cultura della classe dirigente; quindi il problema potrebbe consistere in una crisi del sistema formativo della classe dirigente, cioè in una crisi della civiltà nella sua paideia.

Ma è una crisi anche della modelizzazione economica, diventata più complicata che complessa, perché rischia di essere pura struttura, pura astrazione. Complesso è ciò che è interconnesso. Complicato è ciò che presenta delle pieghe che ne rompono l’armonica organicità. L’economia è di certo interconnessa alle altre dimensioni del vivere sociale, ma purtroppo crea delle pieghe in base alle quali essa stessa si ripiega su se stessa creando a sua volta delle nicchie nelle quali si annidano i peggiori mali; tra il piano dell’economia e quello della realtà si è creato uno iato che le ha fatto perdere la dimensione di profondità; tale profondità nel modo dell’economia è ravvisabile praticamente solo nell’inautentico, nel superficiale. L’economia ha perso il contatto con la dimensione etica di regole che salvaguardano l’equità e la giustizia; essa crea nicchie di emarginazione, disparità sociali, paradisi artificiali (vedi il problema dei mutui). Capisco che poi ognuno cerca di guadagnarsi da vivere onestamente, per farsi una posizione il più agiata possibile; si spera che lo faccia non chiuso solo nel suo egoistico interesse, pur se ciascuno di noi deve mirare all’autonomia (io sono legge a me stesso, detto le mie regole nel confronto sociale) e all’indipendenza (io sono libero di disporre di me stesso, non devo chiedere ad altri per attuare la possibilità di agire nel mondo).

Ma vi è una crisi anche della dimensione religiosa del vivere, perché l’io è una entità che rimanda al trascendente; tale trascendente può essere sia lo spazio di un mondo umano popolato di esserci che cercano un significato all’esistenza guardando alla felicità immanente al mondo stesso (piacere?, ricchezza?, amore?, amicizia?, sapere?...); sia la sostanza di una speranza in un mondo altro, trascendente il mondo. Il problema della crisi del pensiero religioso consiste nel fatto che essa ha perso il contatto con l’autentica spiritualità, trasformandosi in vuoto rito. Ma è il rito della società dei consumi con le sue feste comandate, come della religione, istituzionalizzata o meno, che non guarda più prioritariamente all’amore del prossimo ma alla fuga dalla realtà, chiudendosi in un intimismo che può significare un vuoto di idee, di chiarezza, una presunzione di verità di tipo fondamentalista (vedi il revival delle sette, fenomeno piuttosto preoccupante!).

Se la politica poco può per risolvere la crisi della spiritualità religiosa, tuttavia può agire nei confronti dell’economia, rendendosi conto che dettare all’economia regole troppo strette (comunismo) o troppo larghe (capitalismo della deregulation) porta a disastri. Come sostiene Renzo Corrà, bisogna prendere atto, ad esempio riguardo al mondo del lavoro, che il principio della flessibilità è essenziale ad un mondo della produzione e del lavoro in cui, con la globalizzazione, la concorrenza si è fatta sempre più spinta; se le industrie hanno il compito di innovare prodotti e processi di produzione per stare al passo della concorrenza, hanno anche il dovere di comprendere che la flessibilità dei contratti di lavoro non dovrebbe servire soltanto per comprimere il costo del lavoro, ma dovrebbe essere vista in una prospettiva più ampia in cui si dà l’opportunità al lavoratore anche della giusta irreggimentazione in un sistema che preveda previdenza sociale, ammortizzatori economici, riqualificazione professionale e un sistema di regole che controlli il mondo del lavoro per non farlo diventare una vera e propria giungla d’asfalto.

Le nuove emergenze demografiche, come sostiene Claudio Rizzato, cioè la denatalità e invecchiamento della popolazione (veneta, ad esempio), e il fenomeno dell’immigrazione, devono essere visti in maniera integrata, cioè in modo tale che l’uno (l’immigrazione) integra l’altro (denatalità, invecchiamento). In questo senso lo stato sociale dovrebbe essere visto più come una risorsa che come un costo; infatti esso, come è nella natura economica di tutte le tipologie di servizi che servono alla collettività, ha un costo sempre in crescita. Ma è nella razionalizzazione e nella eliminazione degli sprechi che dovrebbe essere vista la soluzione della eccessiva onerosità dei servizi (in particolare scuola e sanità) per la collettività (vedi l’esempio virtuoso della ULSS n° 4 di Schio-Thiene, e relativo problema dell’ospedale unico), e non in uno indiscriminato taglio delle spese, il quale si rivela facilmente causa principale della diminuzione della loro qualità.
In questo senso l’identità del PD è basata proprio sulla particolarità della visione dello stato sociale e sull’idea di società che contraddistingue il popolo della sinistra, basata sulla solidarietà e sull’aiuto reciproco, che deve venire in primis dallo stato attraverso i servizi (scuola, sanità,…), e sull’integrazione del diverso (svantaggiato o straniero che sia).

Persino lo scontro di civiltà, conseguente al fenomeno della globalizzazione e alla crisi della civiltà occidentale, può essere risolto in tal senso, guardando cioè ad un nuovo tipo di identità culturale dei popoli basata sulla co-responsabilità storica e sul nocciolo duro dello stato di diritto rappresentato dai diritti umani, cioè la dignità umana, un nuovo umanesimo culturale della diversità multietnica e mutlticulturale, basato sul confronto del dialogo, sul rispetto reciproco, sulla solidarietà.
L’uomo occidentale deve riuscire ad uscire dalla considerazione che pone la sua storia come l’unica storia; bisogna considerare e rispettare come aventi pari dignità e importanza anche le altre storie, le storie dei popoli che hanno subito la dominazione del popolo occidentale o che comunque hanno avuto un altro sviluppo della loro civiltà.
In questo senso è da auspicarsi, come sostiene Michele Di Cintio, un rafforzamento degli organi internazionali della politica, in primis Parlamento Europeo e ONU.
Penso che nei discorsi che tentiamo di fare, quando riguardano queste problematiche, ci sia sempre una presunzione di verità, non fosse altro che la verità della nostra esperienza relativa e prospettica.
Ma il problema fondamentale rimane di natura culturale ed etica!
Luca Maffiotti.

a ben vedere del buono è stato fatto

Io vorrei darti due esempi di cose FATTE dal centrosinistra negli ultimi 8 anni: -nel 1996 il governo prodi ha vinto le elezioni con un punto solo sopra tutto: entrare nell'euro. questa scelta è stata criticata da tremonti e silvio anche questa primavera. Oggi rischiano la bancarotta stati come ungheria, islanda, danimarca, perchè sono fuori dall'euro, pur essendo società in salute, almeno le ultime 2. VOGLIAMO URLARLO PER PIACERE????????? BERSANI,VISCO,PADOA SCHIOPPA, DOVE CAAAAAAAAAAAAAAAAAAVOLO SIETE??
Quindi cosa giusta che ha effetto
-nel 2002 il luminare tremonti aveva presentato un progetto di deregolamentazione dei mutui sul modello USA, il centrosinistra lo ha spinto alla revisione e alla modifica che ha stretto i margini. Tuttavia siamo lo stesso travolti dalla crisi. Quindi questa cosa non ha avuto effetto La politica ha ampi margini per intervenire nel futuro, certo serve una visione delle cose che è sempre più rara ai piani alti della società(composti di soli ingegneri ed economisti), e non si può pretendere di avere la palla di vetro.

Io ricordo sempre una sequenza di un film mediocre: A beautiful mind.
Nella scena ci sono 5 ragazzi e 5 ragazze al bar, entra un'opulenta bionda da panico. Tutti i ragazzi sono pronti come api sulla marmellata. Il protagonista, il matematico Nash, ferma tutti e li fa riflettere.
La teoria imperante dice che "se tutti mirano al proprio obiettivo singolarmente, tutti ottengono il massimo", ma se tutti si lanciano sulla bionda, lei dovrà rifiutare imbarazzata i 5 pretendenti e lo stesso faranno le altre sentendosi 2° scelte: tutti in bianco!
Se i 5 lasciano perdere la bionda e si lanciano diretti sulle altre, queste, lusingate di essere state preferite all'amica appariscente, si scioglieranno: tutti e 5 a bersaglio!!

Il mondo attuale, occidentale, vede un progressivo allontanamento tra competenze tecniche (ingegneri ed economisti) e capacità di analisi o visione d'insieme (letterati, filosofi, fisici etc etc). L'etica spesso non è scavalcata, ma semplicemente dimenticata.

SE TUTTI MIRANO AL PROPRIO OBIETTIVO SINGOLARMENTE...

Senza dubbio la sinistra italiana ha fatto molte cose buone, oltre a discutere in maniera vuota e inconcludente; purtroppo è riuscita a disattendere anche la fiducia dei suoi elettori. I problemi delle nostre città e del nostro sistema produttivo sono sotto gli occhi di tutti. Qualcuno dice: governi la sinistra oppure la destra, i problemi rimangono quelli e rimangono irrisolti.
Il caso dell’euro è emblematico: ci ha salvati da una inflazione devastante oppure l’ha creata? E’ la soluzione oppure la causa di tanti mali dell’economia? La moneta unica europea doveva essere una soluzione, ma ha creato anche problemi.
Gli eventi della storia possono essere previsti, oppure sono in mano al cieco caso? Ma gli eventi della storia dipendono da scelte ben precise degli uomini; da molti secoli si insiste nel dire che l’agire dell’uomo deve essere governato dalla ragione che, formata culturalmente, se guarda all’universale, il giusto, il buono, il vero, senza dubbio ha maggiori possibilità di compiere la scelta migliore. Ma la scelta migliore per chi!?
La palla di vetro dovrebbe consistere nel sapere che cosa è giusto, buono e vero; da questo dipende poi tutto il resto. Ma oggi al giusto si è sostituito l’utile, al buono il conveniente, al vero il probabile. Andiamo avanti più a statistiche e sondaggi che altro, appunto perché “se tutti mirano al proprio obiettivo singolarmente, tutti ottengono il massimo”! Paradossi del terzo millennio!
Luca Maffiotti.