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"Il dilemma del nucleare" - dal blog di Marano

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La grande presenza di pubblico che ha affollato la sala del cinema Campana il 25 gennaio scorso, in occasione della serata di informazione e dibattito sul tema del nucleare, ha confermato il grande interesse destato dall’argomento.
Su invito del coordinatore di circolo Paolo Tracanzan la serata è stata impostata nel modo più aperto e “laico” possibile, libera quindi da ideologie e pregiudizi che impedissero a chi affrontava il tema per la prima volta di crearsi una propria opinione. Va detto infatti che, almeno in Italia, il nucleare ha una forte connotazione generazionale. Molti dei più giovani non parteciparono al dibattito nato in occasione del referendum dell’87, mentre per tutti sarebbe risultato interessante capire cosa è cambiato nel frattempo.

Forti di questa premessa i presenti hanno potuto seguire la breve (anche se ricca di cifre e dettagli) presentazione di Luciano Cinel, voce autorevole in materia, avendo lavorato per molti anni come ingegnere nella fornitura di materiali per centrali nucleari. Il quadro che si presenta fin dalle prime slide è quello di una distribuzione assolutamente ineguale del consumo di energia a livello globale. Si va dalle quasi 8 TEP (tonnellate equivalenti di petrolio) per anno pro capite degli Usa alle poco più di 3 dell’Italia a meno di una per i paesi in via di sviluppo. Il consumo medio di energia è una grandezza fortemente correlata con il reddito medio. Gli effetti del consumo massiccio di energia sono ormai conosciuti, visto il grande risalto dato dai mezzi di comunicazione: incremento dell’anidride carbonica, oltre che di altri gas serra, che contribuiscono al riscaldamento terrestre; aumento del livello dei mari; esaurimento prematuro delle riserve di energie non rinnovabili. Dopo aver elencato i vari tipi di reattori nucleari attualmente in uso e previsti per il futuro l’ing. Cinel si è soffermato sui limiti del processo di produzione di energia atomica. In particolare l’attenzione è stata posta sulla scarsa modulabilità del processo, sia durante il funzionamento, in quanto non sono consentite frequenti accelerazioni e decelerazioni dell’intensità della fissione, sia intesa come esigenza di spegnimento per cause interne o esterne improvvise. Il processo di produzione di energia nucleare è molto complesso e nonostante il progresso della tecnologia continui a fornire strumenti migliori per gestirlo rimangono, per quanto piccoli, dei rischi che una società che decide di adottarlo sceglie di correre. L’andamento del numero di reattori attivi negli anni a livello mondiale, pressoché costante attorno alle 440 unità dal 1986 in poi, evidenzia come l’incidente di Chernobyl sia stato determinante nella presa di coscienza di questo rischio.

Diversa la visione del prof. Giuseppe Zollino, docente al dipartimento di ingegneria elettrica dell’Università di Padova e membro della delegazione italiana nel Comitato Energia del 7° Programma Quadro di ricerca e sviluppo tecnologico dell’Unione europea. Secondo Zollino di fronte all’incremento della produzione di C02 (si parla di 200 parti per milione dell’epoca pre-rivoluzione industriale contro stime di 1000 ppm tra un secolo) le alternative sono due: la prima consiste nella drastica riduzione del consumo di energia, consapevoli che, almeno secondo la concezione attuale, la qualità della vita è proporzionale a tale consumo. La seconda nella individuazione di fonti che non producano C02. Nel suo dichiararsi favorevole all’apertura verso il nucleare, anche se non incondizionatamente, Zollino ricorda che tra i primi 12 paesi al mondo per Pil solo l’Italia non produce energia dall’atomo. Ritiene inoltre che la scelta di vietarlo in Italia non dovrebbe essere in ogni caso motivata da ragioni economiche, ovvero perché costerebbe troppo. Il fatto stesso che siano coinvolte aziende private tra gli investitori è garanzia che una strada economicamente sfavorevole non verrebbe intrapresa.


 

Interessante anche il punto di vista politico dato da Federico Testa, deputato del Pd e professore di economia e organizzazione delle imprese presso l’Università di Verona. Secondo Testa il Governo, prima di pensare a come produrre nuova energia, dovrebbe spendersi per l’efficienza e il risparmio energetico. Sia in ambito industriale che in quello civile. La curva del consumo energetico nel tempo è in continua crescita, sarebbe auspicabile riuscire a mantenerla costante compensando le nuove e inevitabili richieste di energia con un equivalente risparmio energetico in altri campi. Secondo punto importante per Testa è il discorso intorno alle rinnovabili. Senza nascondere che la stima sia tra le più ottimistiche, l’auspicio sarebbe che nel giro di trent’anni il 30% del fabbisogno energetico venga soddisfatto da fonti rinnovabili. Detto questo, il rimanente 70% dovrebbe provenire dai combustibili fossili (carbone, petrolio, gas) oppure dal nucleare, sia esso prodotto internamente, sia esso acquistato all’estero. L’impiego delle rinnovabili, per essere più credibile, dovrebbe però essere liberato dalla pratica di costruire impianti con l’aiuto di incentivi statali in luoghi inadeguati (si pensi all’eolico), impanti che risultano poi non competitivi (come costo per kilowattora) una volta che l’incentivo viene a mancare.

Il microfono è passato quindi al pubblico nella seconda parte della serata. Numerosi sono stati gli interventi per esprimere timore e preoccupazione nei confronti di una tecnologia che ha lasciato nella nostra storia recente mostri difficili da dimenticare. Si è parlato di sostenibilità di un processo di produzione di energia così complesso e si è cercato di spostare l’attenzione dal capitale economico a quello umano, vero minacciato in caso di anomalie e in ogni caso per via dello smaltimento delle scorie, lasciate come scomoda eredità alle generazioni che seguiranno. E’ stato sollevato anche il dubbio legittimo sulla capacita di un pase come l’Italia odierna di gestire la creazione di un impianto nucleare e soprattutto di smaltire le scorie, visto che, ad esempio, già con lo smaltimento dei rifiuti semplici si sono verificate numerose lacune. Un senso di rammarico è emerso nel constatare che il nostro Paese ha probabilmente ormai perso il treno della ricerca sulle rinnovabili (tranne alcune eccezioni).
Qualcuno si è spinto oltre il tema specifico della serata (o forse ha proprio centrato il tema) parlando di stile di vita, di cultura del risparmio energetico e di pericolosità del modello di sviluppo finora adottato acriticamente.
Il risparmio e l’efficienza energetici saranno trattati nella seconda serata del ciclo, prevista per mercoledì 17 marzo. Tutti sono invitati a partecipare e intervenire.


Il Circolo di Marano