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il Vuoto intorno - di Concita De Gregorio

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«Meno male che non hai figlie femmine», mi hanno detto ieri. Una frase come uno schiaffo. Non l'avevo mai sentita dire in tutta la mia vita.

Avere figlie femmine era una disgrazia ai tempi della mia bisnonna: si racconta in famiglia di una prozia rimasta vedova con quattro figlie. Poveretta. Quattro femmine da crescere, da custodire, da maritare. Vedova della '15-'18. Un secolo fa.

Cent'anni dopo la madre della ragazzina Irene, sedicenne compagna di classe di mio figlio, mi chiede con le lacrime agli occhi se dobbiamo impedire ai ragazzi di uscire il sabato pomeriggio «perché poi quando lei torna a casa è buio e credimi avere una femmina è una disgrazia: viviamo nel terrore». Ecco. La soluzione è tenerle a casa, in quanto femmine. Sottrarle all'inevitabile corso delle cose: la violenza maschile che, secondo natura, si esercita liberamente ai giardinetti sotto casa, al pomeriggio, in centro. Istruirle a difendersi, in quanto femmine. Spray al peperoncino, corsi di karate. Farle coprire e indurle a nascondersi, specie se graziose. Le figlie belle sono la disgrazia suprema. Le bruttine meno.


L'altro adagio corrente, di questi giorni, è la tesi dello scontro di civiltà.
Dice più o meno così. Gli stranieri che abitano le nostre città sono portatori di una cultura della violenza sulle donne per loro «naturale». Le trattano così anche a casa. Le picchiano, le umiliano, le abbandonano incinte, le fanno prostituire. Gli africani, i romeni, gli slavi: sono così, non vedete? Non sono loro ad adattarsi ai nostri costumi, al nostro livello «evoluto»: siamo noi a subire la loro inciviltà. Regrediamo, nel contatto. Dobbiamo difenderci.
È un argomento emotivo potentissimo contro il quale esercitare la ragione è un esercizio titanico. Dire che ci sono i romeni criminali e gli italiani criminali ma anche no - gli uni e gli altri - sembra un distinguo accademico davanti all'onda mediatica che dipinge le «nostre ragazze» come vittime di marocchini pregiudicati e di slavi accampati al buio sugli argini dei fiumi. È in molti casi anche vero, del resto. L'uomo di origine nordafricana che ha aggredito la ragazza a Bologna avrebbe dovuto essere in galera. Chi ha violentato la quindicenne al parco della Caffarella - non la periferia di Roma, il parco delle ville - era quasi certamente romeno. Molti sono italiani, anche, però. Bravi ragazzi di famiglie tranquille.

E poi ci sono le bande di italiani che fanno prostituire le bambine romene e russe. E poi ci sono i fidanzati che ammazzano di botte le ragazza per San Valentino, giusto ieri. È una consolazione dire che lo fanno tutti? Non lo è. La verità è che la violenza del più forte sul più debole è il metro esatto di questo tempo cupo, esito di un decennio almeno di immiserimento culturale. Un tempo in cui le leggi sono derise, i più forti e i più furbi la fanno sempre franca, unica difesa i gendarmi. Sono le vittime a doversi nascondere perché chi può ruba, rapina, violenta, soffoca e prevarica: va così. Guardatevi attorno: è l'ordine naturale delle cose: per strada, nelle pubblicità patinate, in tv, nei fumetti e nei reality, a palazzo. Si studiava a scuola: lo stato di natura e lo stato di diritto. Ecco cosa stiamo perdendo, dove stiamo tornando. Nessuno che si fermi per strada o si stupisca, del resto.
La violenza di una guerra invisibile, e il vuoto intorno.
 
 
Concita De Gregorio
 
 
 
il team di iodemocratico offre questa riflessione ai suoi lettori e ringrazia sentitamente la delicatezza della direttrice dell'Unità per un articolo a dir poco emozionante.
Il tema è all'ordine del giorno dato che i giornali hanno deciso che il cassetto da tirare era quello con l'etichetta "Criminalità - Stupri".
Sappiamo bene, purtroppo, quanto sia incredibilmente vasto questo odiosissimo fenomeno.
Solo le donne, crediamo, hanno il diritto di poterne parlare e scrivere senza essere coinvolte da un'inevitabile errore di visuale.
Noi abbracciamo di cuore tutte le donne del mondo e con rispetto applaudiamo a una donna che, da direttore di un giornale, ha saputo donare il suo dolore di donna a noi.
 
Anni fa un gruppo napoletano scrisse una canzone, "A una donna". Noi l'ascoltavamo con l'orecchio ancora adolescente. Iniziava così:
"Questa vita non è come tu la vuoi
dici che così non va bene, che non ce la fai
quante sono le lacrime versate non lo sai
sai soltanto che non va, che non ce la fai

 tu difficilmente troverai
chi vorrà credere in te
sicuramente incontrerai
chi di te non capirà mai niente
chi ti ostacolerà chi ti deriderà
chi di tutto farà per sfruttarti

Questa è la realtà
no non cambierà
se non ti dai una mossa
 
non aver paura
di restare sola
basterà una semplice tua parola...
qui sarò, non ti lascerò
no no no no no"