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La linea sottile tra democrazia e dittatura

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Da  diversi anni ormai, tra le più varie tipologie di persone circola la stessa domanda, che solitamente finisce per catalogarle in due schieramenti opposti “a prescindere”.
La domanda è: “ma noi, siamo in dittatura”?

Le risposte sono più o meno di tre tipi:
C’è lo schieramento del “sì, assolutamente”, rappresentato in maniera molto netta e molto decisa dalla fascia di sinistra antagonista (estrema ci suona così strano, così provocatorio...);
C’è quello del “siete tutti invasati”, rappresentato dai difensori sulla fiducia di Berlusconi, quelli che non si riesce nemmeno a completare il nome Berl.. che ti stanno già accusando di complottismo comunista;
C’è quello del “sì, mah, no, forse, alle volte” rappresentato dalle posizioni storicamente dette di centro, nelle quali non si prende mai una posizione netta quando si parla di una qualsiasi cosa. Su qualsiasi argomento. (posizioni moderate le chiamano.. sarà!)
Insomma, il PD.
Purtoppo da quando è nato, il nostro Partito sembra aver preso questa posizione ibrida, lasciando “l’opposizione parolaia” al solo Di Pietro, con la conseguenza che questo ha aumentato il proprio bacino elettorale, mentre noi siamo in lenta (neppure troppo...), ma costante (purtoppo questo sì...) recessione.


    Quando si parla di dittatura in realtà non si sa mai da dove partire per dare un significato a questo termine. Da dove possiamo capire se siamo in un Paese libero oppure no? Cosa significa essere in dittatura? Quando possiamo definire di essere arrivati ad un punto di non ritorno e ci dobbiamo realmente rendere conto di non essere liberi?

Purtroppo la dittatura viene oramai intesa come tale soltanto quando c’è un utilizzo della forza per domare i dissensi e, visto che il nostro BelPaese non ne usa per stanare i propri oppositori politici, riteniamo di essere liberi in un Paese libero.

Il primo dei criteri per capire la libertà di uno Stato infatti è la libertà di pensiero, sancita nell’articolo 18 dei diritti universali dell’Uomo e, nel nostro piccolo, nell’articolo 21 della nostra Costituzione.
«Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione...»
Poi viene la libertà di parola che gli stessi articoli appena citati garantiscono in un Paese civile e democratico. Da noi, l’esistenza di giornali come Repubblica, l’Unità, il Manifesto e via dicendo da adito ai detrattori della parola “dittatura” di convincersi che siamo liberi in un paese libero.
«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione....»


    L’avvento della televisione ci ha fatto però scoprire un nuovo mezzo di comunicazione, che non è nè il semplice pensiero, parola, nè la carta stampata. Lo schermo televisivo è infatti un mezzo potentissimo, capace di entrare nelle case, mentre la gente se ne sta comodamente in divano a subire passivamente delle notizie che gli vengono propinate, spesso la sera, quando la stanchezza rende deboli le nostre resistenze. Il nostro Presidente del Consiglio sa perfettamente la forza di questo mezzo, essendo riuscito in oltre 20 anni a cambiare il punto di vista sul mondo degli italiani, costruendosi una scala su cui basare l’ascesa al potere.
Ecco quindi il conflitto d’interessi:
Si pone da sempre l’accento sul fatto che un proprietario di 3 canali televisivi su 6, essendo anche il Presidente del Consiglio, non può logisticamente e logicamente garantire un pluralismo, se non altro per non rischiare di passare la sua vita come Tafazzi; essendo poi la Rai una televisione filo-governativa (ad eccezione dell’eroico Rai3) e cioè i cui organi di garanzia sono nominati dal Governo, essendo Presidente del Consiglio in proprietario degli altri 3 canali, abbiamo riempito il puzzle e capito chi ha il coltello dalla parte del manico.

La sottile linea che divide democrazia e dittatura è ben rappresentata nell’utilizzo di questo mezzo. Da quando sono scoppiati i casi delle veline, della escort Patrizia D’Addario, del trafficante Tarantini e di altri amici del premier, cui ora verrà addossata tutta la responsabilità per non colpire il capo, la televisione italiana (ad eccezione dell’eroico Rai3) ha deciso che queste non fossero notizie da dare alla Nazione, soprattutto perchè avrebbero provocato instabilità al governo per una cosa che con la politica, a loro dire, ha ben poco a che fare.
Un utilizzo politico “al contrario”: anziché un attacco alle Pubbliche Istituzioni attraverso i media, una loro difesa preventiva, evitando che la gente cominci ad indignarsi ed a dubitare della fiducia che ha concesso a Mr B.
5 canali su 6 non hanno detto una parola su questa storia e quando l’hanno fatto l’hanno sempre trattata da un punto di vista molto succube del volere del padrone. Messa in pratica del “la gente che non sa se ne sta buona”.

    Il cinema, fortunatamente, non ha ancora visto questa censura, ma essendo un mezzo “attivo” (devi pur sempre alzarti dal divano per andare in una sala) ha anche meno “attenzioni” rispetto alla televisione. Capita però che per invogliare la gente ad andarci, al cinema, la televisione faccia un’opera di pubblicità (tutta profumatamente retribuita, sia chiaro) attraverso quelli che sono detti trailer, piccoli spezzoni atti a rappresentare il film nel giro di pochi minuti.
Oggi, sta per uscire nelle sale Videocracy, un film che parla di TV e della crescita, negli ultimi 30 anni del potere di Mediaset.
Capita allora che il produttore Domenico Procacci si interessi di pubblicizzare il proprio film, come sempre fatto. Purtroppo per lui però questa opera non ha solo chiari riferimenti a Silvio Berlusconi, a capo del Governo italiano, ma cita pure dati e statistiche che rappresentano il VERO stato del nostro BelPaese nei confronti del mondo. Un esempio? “l'Italia è al 67mo posto nelle pari opportunità”, oppure “L'80% degli italiani utilizza la tv come principale fonte di informazione”.
Succede dunque che le due maggiori aziende televisive italiane, la Rai e Mediaset, entrambe aventi come figura di Padrone il Cavalier Silvio Berlusconi fondatore di Mediaset e e Presidente del Consiglio, rifiutano categoricamente la messa in onda di questo trailer.
Ma mentre per le tv di proprietà di Berlusconi la motivazione è comprensibile (“il film è un attacco al sistema tv commerciale quindi non si ritiene opportuno che una tv commerciale lo pubblicizzi”), la direzione di Viale Mazzini usa ben altri argomenti per rifiutare la pellicola: la Rai si rifiuta di trasmettere il trailer in quanto "inequivocabile messaggio politico di critica al governo, sarebbe quindi necessario avere un altro trailer che espone idee opposte"
Ma anche fosse, qualcuno glielo spiega che la par condicio è una cosa che riguarda la campagna elettorale?


    Forse il libero pensatore nel libero Stato non sarà mai a conoscenza di questo fatto, perchè i telegiornali non gliene hanno mai parlato. Forse ci convinceremo comunque sempre ad essere da una parte della linea. Forse quella linea però è troppo sottile per riuscire a vederla bene. In qualunque caso, comunque, ricordatevi che c’è sempre Rai3

ho letto che dalla serata

ho letto che dalla serata del 28 agosto nella sala dibattiti Guido Rossa della Festa Democratica nazionale di Genova, alle ore 18 è iniziata la proiezione dei due trailer di 'Videocracy' censurati da Rai e Mediaset.
L'iniziativa e' stata presa dall'organizzazione della Festa e dal segretario del partito Dario Franceschini che ha giudicato la censura dei trailer un'altra prova di come si stiano restringendo gli spazi della liberta' di informazione in Italia.
“La proiezione dei due trailer 'e' un modo per reagire all'assuefazione. In questo Paese la battaglia per la liberta' d'informazione non riguarda solo il Partito democratico o solo l'opposizione, ma tutti quelli che hanno a cuore un Paese veramente libero”. Queste le parole di Dario Franceschini.

Bene.

Il 29 il segretario ha poi dichiarato:
"E' da tempo che diciamo che siamo in una situazione anomala per qualsiasi democrazia.

Il presidente del Consiglio che incita gli imprenditori a non fare pubblicità sui giornali che scrivono cose sgradite, la denuncia di un quotidiano che fa il proprio mestiere, l'attacco di giornale di sua proprietà, al quotidiano dei vescovi italiani L'Avvenire perche' anche quello scrive cose sgradite... Ormai esiste un problema di liberta' di informazione.
Se deve denunciare ci denunci tutti.

Ribadisco che settembre dovrà essere il mese di una grande mobilitazione, al di là dei colori politici, per la difesa della libertà di stampa e del diritto all'informazione".

Ci siamo, il PD è tornato (sembra) dalle ferie.